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Addenda ai vv. 101-126

Università degli Studi di Roma - La Sapienza lettere moderne 2018
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Il verso 107 presenta Giasone come più bello agli occhi della fanciulla in lacrime, richiamando parallelismi virgiliani e ovidiani sull'uso di termini come 'misera'. La sintassi mostra influenze ellenistiche tipiche del neoterismo, mentre l'aggettivo elegiaco sottolinea la condizione d'amore. Velleio Patercolo adotta una prospettiva soggettiva che fa partecipare il lettore alla vicenda di Medea. Questo stile interattivo, ereditato da Virgilio con Didone, annulla ogni distacco tra narratore e personaggio attraverso un forte coinvolgimento empatico.
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  • La parola misera funge da termine tecnico tipico del linguaggio elegiaco e amatorio, utilizzato fin dai tempi di Catullo per descrivere laddove si configura una condizione di sventura legata a vicende d'amore.
  • L'autore cita i riscontri virgiliani nell'uso di questo aggettivo per Didone e le suggestioni ovidiane delle Metamorfosi, pur notando che il motivo compariva già in Apollonio Rodio come influenza ellenistica.
  • La posposizione della congiunzione et è identificata come una frequente caratteristica poetica dovuta all'influsso ellenistico sulla produzione artistica neoterica di cui V.F. fa ampio uso.
  • Il nesso heu con miser rappresenta uno dei connettori preferiti nell'ambito della poesia epica ed elegiaca per sottolineare la lamentazione del protagonista.
  • Nella figura di Medea, il poeta flavio non si limita a descrivere la visione soggettiva che lei ha di Giasone, ma partecipa pateticamente alla sua vicenda annullando ogni distacco dal personaggio.
  • Tutta la descrizione rivela le conseguenze estreme di uno stile soggettivo elaborato da Virgilio attraverso la sympatheia, ovvero l'interferenza del narratore che interagisce direttamente col personaggio.

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