La fisica classica fallisce nello spiegare la radiazione di corpo nero: la legge di Rayleigh-Jeans predice una divergenza all'ultravioletto (catastrofe ultravioletta).
Max Planck (1900) introduce l'ipotesi della quantizzazione dell'energia, postulando che l'energia è emessa/assorbita in pacchetti discreti (quanti) `E = hv`, risolvendo la catastrofe ultravioletta. La sua legge descrive correttamente lo spettro del corpo nero.
L'effetto fotoelettrico, osservato da Hertz e Hallwachs, mostra che l'emissione di elettroni dipende dalla frequenza della radiazione incidente (non dall'intensità) e che esiste una frequenza di soglia minima.
Albert Einstein (1905) spiega l'effetto fotoelettrico estendendo l'ipotesi di Planck, suggerendo che la luce è composta da particelle (fotoni) con energia `E = hv`. L'equazione `Ek = hv - Φ` (dove Φ è la funzione lavoro) giustifica le osservazioni sperimentali.
L'effetto Compton (1923) fornisce un'ulteriore prova della natura corpuscolare della luce: la diffusione di raggi X su elettroni liberi mostra un cambiamento di frequenza dipendente dall'angolo di diffusione, spiegato come una collisione tra fotoni ed elettroni (con conservazione di energia e momento).
Il modello atomico di Rutherford (1911), basato sull'esperimento di Geiger e Marsden, propone un atomo con un nucleo centrale positivo e denso e gli elettroni che orbitano attorno ad esso. Questo modello, pur risolvendo la deviazione delle particelle alfa, presentava un'incoerenza con la fisica classica, che prevedeva il collasso degli elettroni sul nucleo.
La stabilità degli atomi e gli spettri atomici discreti (come quelli dell'idrogeno, descritti dalla formula di Balmer-Rydberg) non erano spiegabili dalla fisica classica.
Il modello di Bohr (1913) introduce la quantizzazione delle orbite elettroniche e dei livelli energetici `En = -hcR/n²`, postulando che gli elettroni possono esistere solo in stati stabili discreti e che le transizioni tra questi stati implicano l'emissione o l'assorbimento di fotoni di frequenza `ν = (Ei - Ef)/h`.
Bohr introduce il principio di corrispondenza, che afferma che per numeri quantici elevati, i risultati della teoria quantistica devono approssimarsi a quelli della fisica classica.
Il modello di Bohr permette di derivare il raggio di Bohr `a₀` e la quantizzazione del momento angolare `L = nħ`, ma ha limitazioni nel trattare atomi più complessi come l'elio.
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